Da un mesetto mi sto appassionando a parole e di fatto ai pellegrinaggi, quei percorsi che da secoli portano i fedeli nei propri luoghi santi. Camminando per centinaia, se non migliaia di chilometri, il pellegrino fa molta fatica così può espiare i propri peccati, si mette in contatto con la divinità, prega, facendo così anche un cammino interiore. Per i musulmani il pellegrinaggio alla Mecca è uno dei cinque precetti scritti nel Corano assieme alla professione di fede, alla preghiera, alla carità e al digiuno durante il mese sacro del Ramadan. Il numero più ricorrente nella religione musulmana è proprio il cinque, come per la preghiera (cinque volte al giorno, tra l’alba e un’ora dopo il tramonto).
Accanto al pellegrinaggio canonico, che un fedele dovrebbe fare almeno una volta nella vita, come per i Cristiani è data al possibilità di raggiungere siti locali, anche se di minore importanza, come appunto Moulay Idriss città che prende il nome dall’omonimo fondatore, discendente di Maometto che 1400 anni fa vi svolse anche un’importante opera di evangelizzazione. Dovrebbe bastare 1h o poco più per visitarne il piccolo souk pieno di vita (che si sviluppa intorno a una bella piazza con bar e locali carini) e le antiche case bianche, abbarbicate sulla collina. In cima alla medina si gode uno splendido panorama della valle e della sacra moschea, non visitabile, con le caratteristiche coperture in tegole dipinte di verde e, oltre, le campagne che abbiamo percorso per arrivare qui. Verde e azzurro sono i colori dominanti, sopra di noi splende il sole e il cielo ha un fantastico colore blu cobalto, ma fa così freddo che non riesco nemmeno a togliere il pile.
Lasciamo il pulmino in una piazzetta adiacente alla piazza principale e ci diamo appuntamento alle 14,30, dovremmo essere liberi ma quasi tutti vogliono pranzare e pertanto chiediamo all’autista che ci porti in un locale semplice ma possibilmente pulito. I miei compagni di viaggio sono molto fissati con l’igiene e temono molto i possibili contagi di germi marocchini, anche per questo motivo preferiscono sedersi a pranzo. Un ristoratore ci attira verso il suo locale ma l’autista teme che la sua carne non sia fresca, ci porta poco lontano in un ristorantino a suo avviso più pulito. Io avverto che il pranzo seduti richiede del tempo e ci porterebbe via minuti preziosi, ma prevale il desiderio di un panino con carne e il consueto contorno di patatine, pomodori e cipolle. In effetti il tempo passa, io prendo un tè alla menta poi gioco a entrare e uscire da questo ristorantino in attesa che “i miei ragazzi” (come in genere chiamo con affetto il gruppo) mangino, visitando nel frattempo il bellissimo souk nella stradina parallela alla nostra. Alla fine il pranzo dura 1h, non mi pare che ne riportino un parere molto positivo e subito incappiamo in una guida improvvisata che ci propone un percorso per salire in alto.
Sono sempre titubante davanti a queste profferte ma lo seguiamo tra vari stop and go, lungo un percorso estremamente tortuoso, con centinaia di scalini, a volte tra vicoli deserti quasi loschi oppure circondati dagli abitanti dai lineamenti particolari, spesso vestiti con l’abito tradizionale. Arriviamo finalmente a uno splendido belvedere sulla moschea e tutta la vallata, ma che fatica! Durante la discesa passiamo accanto al mausoleo (che personalmente non riesco a distinguere tra gli edifici) e al minareto circolare, decorato con stupende piastrelle verdi. Paghiamo la guida con le consuete discussioni per l’importo e la mancia, passiamo al souk della frutta e verdura (gli agrumi sono favolosi) e rientriamo al bus dove le due partecipanti che non erano state con noi brontolano, giustamente, perché siamo in ritardo, ma proprio per il tempo dedicato al pranzo. Di fatto passiamo 2h a Moulay Idriss , una città che ho trovata davvero speciale. E le bellezze di oggi non sono ancora finite…
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