La vendemmia rappresenta il momento finale dopo mesi di lavoro in vigna: per i vignaioli significa molto più che raccogliere i grappoli d’uva e portarli in cantina. Un’attività che esercita un grande fascino su molte persone, anche fuori dal mondo del vino. Si può fare? Certo che sì, per questo esiste la vendemmia turistica didattica, attività normata per permettere di provare l’emozione della raccolta dell’uva, stare insieme all’aria aperta e condividere momenti conviviali in cantina. In piena sicurezza. La regione Friuli Venezia Giulia ha messo a punto un preciso protocollo e cinque cantine l’hanno messa in programma quest’anno. Domenica 13 settembre sono andata a Vivaro (PN) da Gelindo dei Magredi proprio per la vendemmia turistica didattica e mi sono divertita tantissimo!

La vendemmia turistica didattica di Gelindo dei Magredi

Gelindo dei Magredi è un luogo adatto a tutti, giovani e adulti, famiglie con bambini: si può mangiare, dormire, rilassarsi a bordo piscina o fare un sacco di attività all’aria aperta. L’appuntamento per partecipare alla vendemmia turistica didattica era alle ore 14, subito dopo pranzo. Muniti degli strumenti di lavoro in dotazione: guanti, forbici e cappello, siamo andati e tornati dal vigneto a bordo di un trattore e un calesse trainato da cavalli.

Tutte le operazioni sono state effettuate con gli attrezzi di una volta, soprattutto di legno. Siamo stati seguiti e “supervisionati” del personale aziendale che mette le mani nelle macchine. Noi ospiti abbiamo svolto piccole azioni dimostrative e istruttive, ascoltato la storia aziendale, conosciuto le filiere agricole, come si svolge il lavoro in vigneto e in cantina prima di metterci noi stessi al lavoro.

Come si è svolta la Vendemmia turistica didattica:

  • Raccolta manuale delle uve,
  • Diraspatura per separare gli acini dai raspi,
  • Pigiatura nei tini, con i piedi come si faceva una volta,
  • Spremitura nel torchio e assaggio del succo d’uva,
  • Merenda in agriturismo.

Quando ho assaggiato il succo d’uva ero titubante: ha uno strano aspetto perché è torbido… ma è dolcissimo! E non era ancora finita: prima di salutarci, dopo oltre tre ore in piacevole compagnia c’era la merenda ad aspettarci: polenta calda e salame da mangiare, da bere succo di mela e succo d’uva di produzione propria.

La raccolta dei grappoli d’uva

La vendemmia manuale avviene in squadre, divise in varie parti dei filari. Ho scelto un punto del filare dedicato in modo da avere la schiena al sole e vedere bene l’uva da raccogliere. Vitigno Merlot, solo uno dei tanti coltivati in vigneto, sia a bacca bianca sia a bacca rossa. Zac zac, un taglio netto tenendo in mano il grappolo nella parte inferiore. Si fa presto a riempirle il secchio, l’uva viene poi messa nelle cassette e sul furgone è portata in cantina. Divertimento molto, fatica poca, certo noi “lavoriamo” solo un paio d’ore mentre chi vendemmia per mestiere ha ritmi e orari ben diversi. Il clima più caldo e siccitoso degli ultimi anni costringe a iniziare sempre prima la vendemmia: invece di svolgersi come un tempo, in linea di massima tra settembre e ottobre, è anticipata verso agosto e settembre.

La diraspatura

Diraspare significa separare gli acini d’uva dai raspi, per questo mettiamo i grappoli in una tramoggia che fa uscire le due parti distinte. Sono sempre operazioni manuali. I raspi vanno in distillazione, l’uva va nei tini per la vinificazione che impiega almeno 10 – 15 giorni ma noi abbiamo “semplificato” nell’arco di un pomeriggio.

La pigiatura

Pigiare l’uva nei tini con i piedi, come si faceva una volta, è l’operazione più divertente e carica di suggestione. Questa esperienza multisensoriale è stata scandita dal suono di una fisarmonica. C’erano molte famiglie vicino a me, adulti e bambini, italiani e stranieri, credo che questi ultimi siano i più eccitati. Un tempo i giorni della vendemmia erano una fatica, ma anche l’occasione di stare insieme e fare festa.

La spremitura

Spremere l’uva è faticoso: prima abbiamo composto il torchio mettendo insieme le sue parti di legno dal basso verso l’alto. L’uva pigiata è stata messa in cima e torchiata: in basso è sceso il succo, nel torchio è rimasta la massa delle bucce. Dell’uva non si butta via niente! Alla fine abbiamo assaggiato il dolce “frutto” del nostro lavoro, buonissimo il succo d’uva!

Lo spaccio aziendale

Non poteva mancare un po’ di shopping allo spaccio aziendale di Gelindo dei Magredi, ho preso il sidro di mele, un prodotto particolare di cui sono “golosa”. Allo spaccio potete comprare tanti prodotti a km zero quali bottiglie e bag in box, vasetti di conserve vegetali, salumi e insaccati, verdure fresche. Il fatto che siano presenti anche i produttori vicini rende merito a questa azienda tutta da scoprire.

Breve storia di Gelindo dei Magredi

Questa è una piccola grande impresa agricola con il cuore di un’azienda familiare, nata negli anni Sessanta come attività ristorativa a supporto della produzione agricola. Molti ettari sono tuttora dedicati ad agricoltura ed allevamento: Gelindo dei Magredi è cresciuta di generazione in generazione fino alle dimensioni odierne, con produzioni sempre nuove e l’ospitalità declinata a 360 gradi nell’agriturismo.

Mi sono fermata qui a pranzo, prima di unirmi ai numerosi ospiti della vendemmia turistica didattica. In una sala perfettamente addobbata con una mise en place elegante era in corso una festa di compleanno! Dall’altra parte nella sala principale, arredata in stile country chic, la cucina tipica in due ambienti, interno ed esterno. Sono stata benisismo fuori all’ombra delle frasche, con la temperatura perfetta di metà settembre, caldo ma non troppo. Dal menù potevo scegliere sia carne sia piatti vegetariani. Ho assaggiato i vini bianchi: Prosecco e Friulano, poi verdure grigliate e gnocchetti con formaggio e polenta.

Vivaro in provincia di Pordenone

Prima ancora di arrivare da Gelindo dei Magredi ho visitato il centro storico di Vivaro che si sviluppa attorno alla chiesa. Vivaro è un piccolo comune di 1300 abitanti, situato a 130 metri di altitudine slm e circondato da paesi e borghi più o meno famosi:

  • Arba,
  • Cordenons,
  • Maniago,
  • San Quirino,
  • San Giorgio della Richinvelda,
  • Spilimbergo.

Se almeno due di questi sono famosi: chi non conosce Maniago con l’arte della coltelleria e Spilimbergo il paese dei mosaici? Altri lo sono meno ma sono altrettanto interessanti. Guardate San Quirino, con la chiesa, la roggia e la villa Cattaneo! Tornerò qui perché c’è tanto da vedere. Lo prometto.

Ritorno a casa

Nel tardo pomeriggio sono rientrata a Venezia in auto, ho fatto tante foto e video che non riuscirò mai a mostrare tutto. Ero stanca ma felice e ora desidero tornare da Gelindo dei Magredi, magari a un prossimo evento: mettete a mente due parole: MAIS e PANNOCCHIE, che saranno utili nei prossimi giorni. Mi piacerebbe conoscere meglio Gelindo dei Magredi, una bella azienda e le belle persone che mi hanno ospitato con calore e che ringrazio, senza fare nomi perché sono tante!

Ho chiesto se volevano raccontarsi nell’intervista che propongo ai “professionisti dell’ospitalità” incontrati nei miei viaggi. Leggete di seguito le loro parole ancora GRAZIE e arrivederci.

1 Chi sei – dove ti trovi? Raccontaci qualcosa di te e del tuo lavoro.

Ciao, sono Solidea e lavoro a Vivaro, in provincia di PN, per Gelindo dei Magredi, un’azienda agrituristica nata nel cuore di un territorio molto particolare, quello dei Magredi friulani. Definire Gelindo semplicemente un agriturismo, però, sarebbe riduttivo. Ci sono le camere e la ristorazione, la fattoria e gli animali, il centro equestre, il campeggio, le attività didattiche, le esperienze legate alla campagna e alle stagioni. Ma soprattutto c’è una realtà agricola e familiare che continua a vivere secondo ritmi e valori che esistevano molto prima che parole come “esperienziale, genuino e autentico” diventassero termini di marketing. Io mi occupo di promozione, marketing, comunicazione e pubbliche relazioni. Il mio lavoro è far conoscere Gelindo senza trasformarlo in qualcosa che non è. Ed è forse la parte più interessante: non dobbiamo costruire a tavolino un’immagine da raccontare. Dobbiamo riuscire a portare fuori quello che qui succede realmente dentro ed invitare le persone a venirlo a vivere.

2 Da dove vengono i tuoi ospiti? Sono più italiani o stranieri?

Abbiamo un pubblico molto vario. Tanti italiani conoscono Gelindo per la ristorazione, gli eventi, la fattoria e la fattoria didattica ed il nostro centro equestre. Poi c’è una presenza internazionale molto importante. Arrivano ospiti soprattutto dal Nord Europa come Olanda, Danimarca, Belgio ma anche da Germania, Austria, Svizzera e Repubblica Ceca. Ed è interessante osservare cosa vengono a cercare. Molto spesso sono proprio le cose che noi, vivendo qui, rischiamo di considerare normali: gli spazi, la natura, gli animali, la possibilità per i bambini di vivere all’aperto, il cibo legato al territorio, una fattoria che è veramente una fattoria. Non cercano necessariamente qualcosa di sofisticato, ma qualcosa di vero.

3 Hai verificato alcuni stereotipi sulle caratteristiche dei visitatori, a seconda della loro provenienza?

Più che di stereotipi parlerei di sensibilità diverse. Negli ospiti del Nord Europa, per esempio, ritrovo spesso un amore molto forte per la natura e per la vita all’aria aperta. Sono incuriositi dalla dimensione agricola, dagli animali e dalle esperienze in fattoria e apprezzano molto tutto ciò che permette loro di entrare realmente nella vita del luogo. Ma lavorare nell’ospitalità serve anche a demolire gli stereotipi. Quando incontri ogni giorno persone di nazionalità diverse capisci abbastanza velocemente che il passaporto dice relativamente poco della persona che hai davanti.

4 Raccontaci qualche aneddoto bello o brutto legato al tuo lavoro.

Francamente non ho dei ricordi particolari da raccontare, ogni ospite arriva con le sue richieste, che noi ci impegniamo a soddisfare al meglio.

5 Cosa fa di un ospite una persona speciale, di quelle che a fine soggiorno fa venire voglia di starci insieme più tempo? Si può diventare amici degli ospiti e mantenersi in contatto anche dopo?

Assolutamente sì. Credo anzi che sia una delle parti più belle di questo lavoro, perché l’ospitalità, quando funziona bene, diventa uno scambio: noi facciamo conoscere un pezzo del nostro mondo, ma anche chi arriva porta qualcosa del proprio. Ed è questo che trovo straordinario nell’ospitalità: il mondo viene a trovarti a casa. Persone che probabilmente non avresti mai incontrato entrano per qualche giorno nella tua quotidianità e spesso lasciano anche un segno. Naturalmente non succede con tutti, e forse è proprio per questo che quando accade ha valore. Con alcuni ospiti negli anni il rapporto cambia: tornano, ci si riconosce, ci si scrive, si seguono un po’ le rispettive vite. E quando li rivedi non hai più la sensazione che siano semplicemente clienti che ritornano. Poi ci sono piccoli segnali che per me contano moltissimo: chi prima di partire viene a salutare personalmente, chi mesi dopo manda una fotografia ricordando un momento trascorso qui, chi ritorna portando amici o familiari perché vuole far conoscere anche a loro Gelindo. Quest’aspetto è importante, perché è forse la forma più bella di passaparola: non “ti consiglio un posto”, ma “voglio portarti in un posto dove sono stato bene”.

6 Quali doti deve avere chi si occupa di ospitalità e cosa si impara sul campo?

Curiosità verso le persone, capacità di ascolto, empatia, flessibilità e sicuramente una buona capacità di risolvere problemi. Ma aggiungerei una cosa: bisogna essere sinceramente interessati alle persone. L’ospitalità fatta soltanto di procedure perfette rischia di diventare fredda. Poi c’è quello che si impara soltanto lavorando. Capire quando intervenire e quando lasciare spazio. Gestire un imprevisto senza trasformarlo in un problema per l’ospite. Rapportarsi con culture e abitudini differenti. Imparare che ciò che per noi è ovvio, per chi arriva da un altro Paese può non esserlo affatto. E soprattutto a volte è proprio un ospite a farti notare qualcosa davanti al quale tu passi tutti i giorni senza più vederlo.

7 Come pubblicizzi la tua struttura? Dove vai quando non sei impegnata al lavoro?

Utilizziamo tutti gli strumenti che fanno parte della comunicazione: social media, sito, newsletter, stampa, pubbliche relazioni, fiere di settore, collaborazioni con il territorio, operatori turistici, giornalisti, blogger e creator. Cerchiamo di raccontare Gelindo attraverso ciò che succede realmente, perché abbiamo la fortuna di avere sempre qualcosa da raccontare! Inoltre, c’è uno strumento meno tecnologico che per noi continua ad avere un valore enorme: il passaparola. Un ospite viene, sta bene, ritorna. Oppure racconta Gelindo a un amico, porta un’altra famiglia, condivide un ricordo. Credo che sia una delle forme di comunicazione più preziose, perché è quella sulla quale hai meno controllo: non la puoi programmare, non la puoi comprare, te la devi meritare. E questo mi porta a una parola che oggi nel turismo viene usata moltissimo: “autenticità”. Insieme a “genuino, vero, esperienziale”, rischia di perdere significato perché ormai tutto viene raccontato come autentico. Noi cerchiamo di non abusarne. Anzi, preferiamo non dover dire continuamente che Gelindo è autentico. Preferiamo invitare le persone a venire e a scoprirlo da sole. Perché qui la fattoria non è stata costruita per creare un’esperienza turistica: c’era prima del turismo e continua a vivere anche quando il turista non c’è. Gli animali vanno accuditi ogni giorno ed i campi hanno i loro tempi. La cucina, le tradizioni, il rapporto con gli animali e con la terra non sono una rappresentazione: fanno parte della vita di questo posto. E credo che oggi proprio questo abbia valore. Le persone sono molto più attente di quanto pensiamo e percepiscono subito la differenza tra qualcosa costruito per sembrare autentico e qualcosa che lo è. Per questo il mio lavoro non consiste tanto nell’inventare una storia attorno a Gelindo, quanto nel trovare ogni volta il modo migliore per raccontare una storia che esiste già. E, possibilmente, lasciare poi che siano gli ospiti stessi a completarla con la loro esperienza. Quando non lavoro, invece, amo viaggiare. Sono curiosa delle culture diverse e, quando arrivo in un Paese, mi interessa osservare la vita delle persone: cosa mangiano, come si incontrano, come accolgono uno straniero, che rapporto hanno con le proprie tradizioni e con il loro territorio. Viaggiare mi serve anche professionalmente, perché mi mette dall’altra parte. Non sono più io a pensare a come accogliere: sono io l’ospite. E allora capisco ancora meglio quali attenzioni rimangono impresse, cosa rende speciale un luogo e quanto spesso siano proprio le cose più semplici e meno costruite quelle che ricordi di più. Credo che per lavorare bene nell’ospitalità sia importante continuare a viaggiare: accogliere ti insegna a conoscere gli altri, viaggiare ti ricorda cosa significa essere accolti.

8 Consiglieresti a un giovane di occuparsi di ospitalità? Sì o no? Perché?

Assolutamente si. Perché è un lavoro che ti mette continuamente in relazione con persone, lingue, culture e modi di vivere diversi dal tuo. Ti insegna ad ascoltare, ad adattarti, a risolvere problemi e soprattutto ad essere curioso. E per un giovane credo sia una grande scuola: più conosci gli altri, più allarghi il tuo modo di vedere il mondo. E poi un aspetto che mi piace particolarmente: mentre fai conoscere agli altri il tuo territorio, finisci per riscoprirlo anche tu. L’ospitalità porta il mondo a casa e ti insegna a guardare casa tua con occhi nuovi.

Articolo aggiornato il 23 ottobre 2026.

Post in collaborazione con https://www.gelindo.it/dove-siamo

link utili https://www.turismofvg.it/it/enogastronomia/vendemmia-turistica-didattica

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