kolkata

Diario giornaliero del viaggio in Bengala e Sikkim, dicembre 2014 – gennaio 2015

Venerdì 09 gennaio 2015

Questo è un racconto emozionale, senza nessun intento di guidare nella visita il cui compito lascio alle guide.

Oggi facciamo il city tour organizzato con l’ufficio turistico TO, una cosa fatta da e per gli indiani assai divertente e utile per noi quattro “turisti occidentali”. Prima però andiamo a Mullik Ghat il mercato dei fiori, un posto incredibile che per me vale tutto lo sbattimento.

Il taxi preso in strada prima delle sei ci fa attraversare una città spettrale che dorme, almeno adesso.

Pochissimi mezzi circolano su strade vuote. Emergono solo mucchietti di stracci che avvolgono le povere persone costrette a vivere in strada. Da questi giacigli a malapena emergono i loro piedi smilzi, sporchi e stanchi, piedi di persone a cui la vita ha dato abbastanza poco da lasciarli qui, in balia di altri, in cerca di sopravvivere ogni giorno sopraffatti dall’indifferenza e impotenza, anche mia. Questi piedi reggono gambe sottili e una schiena forte, che col tempo però si ritorce dalla fatica. I morsi della fame fanno contorcere le budella a meno di trovare un dhaba dove chiedere un pasto caldo.

Il taxi ci molla a un cavalcavia pedonale, saliamo e scendiamo su questo serpentone di metallo assieme alla marea umana che si dirige al mercato.

Stiamo un’ora in mezzo a piante e fiori di ogni foggia e colore con le funzioni più diverse, da quella edonistica a quella spirituale fino al più banale, ma necessario, nutrimento.

La pace regna in questa grande oasi in città, si respira e si annusa fino a entrare dentro di noi.

I colori e profumi ci avvolgono, mentre sembra che non se ne accorgano le persone intente a confezionare mazzi di fiori, a infilare a mano le ghirlande che porteranno nei templi per le cerimonie religiose: puje, matrimoni e funerali.

Io pensavo di trovare pezzi unici, grandi fiori tipo quelli in mostra nelle nostre fiere.

Invece al Flower Market trovo tantissimi puntini e palline di tutti i colori, ogni fiore con la sua dignità.

Tutti insieme costituiscono un mosaico, proprio come gli indiani che uno a uno formano il miliardo e passa di abitanti di questo straordinario paese. 

La dignità si vede nei volti della gente che vive e lavora qui, nonostante a volte faccia rima con povertà, nonostante la sporcizia e le spazzature. Nonostante tutto.

L’accesso al fiume è utilizzato per lavarsi, ma questo ghat non ha nulla a che vedere coi gironi danteschi di Varanasi.

Dopo le sette ci dirigiamo a piedi verso il tourist office e ci fermiamo a un bel baracchino per fare colazione in strada. Non ci sono bar o ristorantini. Prendiamo pane burro e frittata, tè al latte poi caffè, a meno di un euro.

I gestori sono perfetti e i prodotti freschissimi, preparati in espresso.

Alle otto siamo al tourist office affollato da indiani, sia i nostri compagni del city tour in lingua inglese (14 turisti indiani), sia un gruppo con la valigetta: sono in partenza per due giorni alle Sunderbans.

Arriva la nostra guida che ha una certa età. Di primo acchito sembra la signorina Rottenmeier di Heidi, autoritaria, rigida ma molto preparata. Poi a un certo punto si molla, si abbandona a sorrisi e a confidenze.

A noi, unici europei, racconta di essere stata in visita in Europa per ben 18 giorni, è convinta di avere visto tutto il continente. Si è spostata ogni giorno e ha dedicato ben quattro giorni all’Italia! Trovo sempre curioso come popoli diversi vedono la nostra cultura, quali priorità hanno, il loro concetto di bellezza che dovrebbe essere universale, invece non lo è.

Ora è pronta ad andare in Sri Lanka in vacanza col marito però confessa che in Pakistan e Bangladesh non andrà mai, li considera come stati traditori. E nemmeno in Cina, il nemico storico più vicino. Mah! La sera infine ci saluta con un bel “Grazie mille”. Kolkata ha tante storie da raccontare, eventi tristi e allegri.

La mattina visitiamo soprattutto edifici religiosi come Kalighat Temple e Jani Temple, il più prezioso della città, con una ricchezza di stucchi e specchi alle pareti, marmi policromi, lampadari in vetro di Anversa.

Questo è un condensato di arte e cultura di origini diverse, anche europea, portata dal proprietario per abbellire la sua dimora, ora adibita a museo mentre gli eredi abitano qui vicino.

Nel city tour, con impostazione serrata sulla storia della città dalla fondazione ai giorni nostri, vediamo i siti più importanti di Kolkata, gli aspetti storici e sociali. Il racconto della città vista con occhi indiani è ricchissimo.

C’è gratitudine per ciò che hanno lasciato gli inglesi, eppure in pochi decenni si è sviluppato un forte senso di appartenenza alla nazione indiana. L’orgoglio indiano si vede nelle bandiere arancio e verde appese ovunque, nelle feste, inni e parate nazionali. La cultura contemporanea è frutto di questa costruzione, i tanti musei sparsi per Kolkata pur con mezzi limitati e una impostazione old style mostrano la storia della città.

Prima dell’arrivo degli inglesi, 250 anni fa, Calcutta era un agglomerato di tre villaggi protesi verso le paludi e la foce del Gange. Uno di questi, Calicut, ha dato il nome alla città degli inglesi ed è rimasto fino a oggi.

In questo senso tutte le visite sono interessanti, anche il Police Museum che per me neanche sarebbe degno di uno sguardo, è fonte di curiosità per l’impegno che ci mettono i curatori e per i contenuti che trasmette.

Tra una visita e l’altra ci sono lunghe distanze da coprire, in bus, nelle quali la guida racconta la storia della città e dei luoghi visitati, a volte così inglesi che mi sembra di essere a Londra.

I luoghi di culto diversi non sempre sono riconoscibili. Vi sono chiese isolate, sinagoghe seminascoste, moschee incastonate tra alti palazzi che si riconoscono a malapena per l’andirivieni dei fedeli.

Le note di colore vengono soprattutto dai palazzi di epoca vittoriana, costruiti nell’Ottocento per i signori più ricchi, o come edifici governativi. Oggi molti conservano tale funzione, ben restaurati, come note di colore e ordine nel caos cittadino.

Nel museo della città ci raccontano com’è nata Calcutta e poi Kolkata. La mia sezione preferita è dedicata all’assedio di Plassey nel campo dei centomila manghi. Qui al secondo tentativo di cacciare il signore di Murshidabad, 3000 inglesi contro 50000 indiani hanno dovuto corrompere il suo luogotenente per cacciarlo dalla città. Immagini, plastici e didascalie documentano ampiamente questa vicenda.

West Bengala è considerato come la madre dello stato indiano, e Kolkata la capitale culturale, il luogo da dove tutto ha avuto inizio. In West Bengala per esempio sono nati tutti i cinque premi Nobel indiani fra cui Tagore, Madre Teresa, Amartya Sen e il medico che ha studiato la malaria.

Quando il ruolo di capitale dell’India è passato a Delhi sono rimasti qui i ricchi costruttori dei suoi bei palazzi.

A questi la borghesia più colta e illuminata si è contrapposta per dare una nuova impronta alla città, stimolare il cambiamento e la coscienza nazionale. Ha fatto da motore della lotta per la libertà e indipendenza dal trono inglese, manifestazioni diverse si sono ripetute a ondate, culminate nel 1947 con la nascita di un nuovo grande paese. E in mezzo che c’è?

Il Novecento ha visto due guerre mondiali in cui, come leggo sulla LP, gli indiani hanno versato molto sangue. Mandati a combattere al fronte europeo per conto della corona britannica, sono morti a migliaia e anche da questo motivo sono stati spinti alla ribellione. La diaspora indiana, verso il Regno Unito per esempio, ha caratterizzato un lungo periodo prima e dopo l’indipendenza. Eppure la nostra guida umana non ne parla.

Alle 13 la guida ci lascia pranzare in un ristorantino carinissimo presso la stazione di Chowringhee, alle 14 ripartiamo. Il termine del tour è previsto per le H 17 ma noi alle H 16 salutiamo il gruppo davanti al Victoria Memorial già visitato il primo giorno, e ci dicono che l’interno ospita una collezione di quadri non eccelsa.

Rivediamo la chiesa di St John e rientriamo a passeggio in hotel.

Ci è piaciuto tutto, sia i luoghi di culto (soprattutto templi indù e giainisti) sia i simboli della storia della città (palazzi, ponti). La sera i pax mi dicono che questa è stata la giornata più bella del viaggio, mi fa piacere!

Cambio abito veloce (!!!), aperitivo al Fairlawn dove ci servono birra ghiacciata sotto una pergola. Stiamo così bene che ne prendiamo una seconda e una terza, si vede che siamo alla fine del viaggio? A cena facciamo i bravi e scegliamo un ristorante senza alcolici, si chiama Bhoj e serve cucina bengalese. Elegante, molto urbano, mi fa sentire a Milano! E infatti solo qui troviamo gli unici tre turisti italiani di tutta la vacanza.

Dopo cena non abbiamo voglia di rientrare, continuiamo a gozzovigliare in un altro hotel dove usiamo il wifi.

Io mi collego su Skype con un’azienda italiana per un colloquio di lavoro.

Abbiamo visto e fatto di tutto in queste visite.

Elenco di seguito i luoghi visitati a Calcutta nei tre giorni di permanenza, il primo giorno di viaggio e gli ultimi due giorni del tour.

Elenco dei luoghi visitati il 29 dicembre – vedere anche il diario del giorno

Victoria Memorial giardini, St Paul’s Church, Planetarium, Fort William, Babu Ghat, zona BBD Bagh e palazzi governativi, Tourist Office, Mother’s House, quartiere musulmano.

Elenco dei luoghi visitati nel city tour del 9 gennaio

H 8,30 – 10: departure Tourism centre – Raj Bhavan – Akashvani Bhavan – Bidhan Sabha – High Court – Treasury Building – St John’s Church – GPO – Writers’ Building – Howrah Bridge.

“Drive pass” ovvero questi luoghi si vedono e sono descritti dal bus.

H 10 – 13 Belur Math – Dakshineswar Temple – Jain Temple – Police Museum – Raja Rammohan Museum.

H 13 – 14 Lunch break.

H 14 – 17 Saheed Minar – Town Hall – Eden Gardens (drive pass) – Princep Ghat – Riverside Ganga – Netaji Bhavan – St Paul’s Cathedral – Victoria Memorial.

Elenco dei luoghi visitati il 10 gennaio

Barabazar, Marble Palace, Tagore’s House, Park St. Cemetery.

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