
Diario giornaliero del viaggio in Bengala e Sikkim, dicembre 2014 – gennaio 2015
Sabato 10 e domenica 11 gennaio 2015
Quando arriva l’ultimo giorno di un viaggio si possono fare bilanci, oppure si può continuare a seguire sogni e ispirazioni del luogo che ci ospita. Facciamo così a Kolkata, la città che ci ha subito stregati e ora, al terzo giorno di visita, ci piace ancora di più. Siamo un poco entrati in lei o forse lei è entrata dentro di noi.
La godiamo fino all’ultimo respiro, in relax fra shopping e visite senza troppo impegno.
Dalla nostra parte abbiamo il tempo meteorologico e clima di gennaio, con tanto caldo sole, ottimi per visitare la città, dove infatti sto molto meglio che nella umida campagna indiana.
Sabato 10 gennaio


Sabato mattina usciamo dall’albergo con destinazione Marble Palace, prima facciamo shopping sfrenato di souvenir belli. Da fuori si vedono nelle vetrine, non sono quasi per niente paccottiglia per turisti.
Costano il giusto, sono oggetti di gusto secondo me. Nulla a che vedere con le bancarelle.
Tutta la gamma di animali indiani è riprodotta in diversi materiali (come legno dipinto, metallo), forme, dimensioni e posizioni.
Elefantini di ogni foggia attraggono la mia attenzione, in forma naturale e come dio Ganesh.
Questo è un curiosity shop, il più antico negozio con attività continuativa presente in città.
Aperto nel lontano 1953 oggi è gestito da Chandru, figlio del fondatore, col fratello e un paio di collaboratori.
Dapprima era un piccolo spazio, ora occupa due piani, sopra ci sono i tessuti e i gioielli, argento, pietre preziose e semipreziose. Non è un paradiso? Posso perdermi l’opportunità di parlare al titolare? Certo che no!
Chandru parla italiano abbastanza bene, dice che ora i nostri connazionali vengono sempre meno a Kolkata.


Si sente la crisi di tutta l’Europa ma il mercato interno e asiatico (soprattutto cinese) tiene bene. E i russi? Sono interessati solo a Goa e non visitano l’India. Che tristezza!
Se volete andare a trovarlo, si trova in posizione strategica accanto all’hotel Oberoi, lo trovate facilmente.
Mi racconta infine che sotto i portici la vita era diversa negli anni Cinquanta, quando suo padre aprì l’attività. Allora c’erano due file separate di indiani e stranieri, soprattutto europei, prima lo prescriveva la legge poi è rimasta come una consuetudine, e ci è voluto molto tempo per cambiare.
Non possiamo girare la città con le borse piene di regali, li portiamo in hotel assieme alla bottiglia d’acqua che Chandru ci ha donato. Lascio giù per errore la mia bella cartina che mi servirebbe solo oggi, peccato. Dovrò affidarmi alla LP ma per un giro sciallo va bene.


Prendiamo finalmente la metro (no foto) per tre fermate, è moderna e affollata, chissà che caos ci sarà all’ora di punta. Scendiamo a MG Road lasciando dentro ai tornelli il gettone nero del biglietto, come in Cina, un sistema fantastico che non so perché non si adotta pure da noi. Il biglietto costa solo 5 RS, ne prendiamo uno ciascuno per ricordo, un poliziotto ci vede e vorrebbe farci rientrare, invece usciamo…
Marble Palace


Dovrebbe essere a metà del vialone, girando a sinistra. Noi invece giriamo prima e imbocchiamo strade laterali, ampie, poco trafficate e dall’aspetto musulmano. Troviamo un bazar affollato, il mercato della frutta (soprattutto agrumi e banane) trasportati da uomini forzuti in cestoni, tenuti sulla testa poi messi a terra per la vendita. Facciamo tantissime foto!
Chiediamo informazioni per riprendere la strada principale, poi di nuovo preferiamo vicoli e umili case, negozi improbabili con attività artigiane da noi dimenticate: il lamatore di posate, il produttore di popcorn.
Il frastuono della città a volte è davvero insopportabile, come la filodiffusione che non so come facciano a sopportare quelli che la sentono tutto il giorno. Per fortuna girando ci ritroviamo in una piccola oasi di pace e silenzio. E infine troviamo Marble palace con un grande giardino tutto intorno, appena inforco la Nikon una guardia mi dice: NO photo, inside and outside. OK.
Non ricordo bene la storia del suo costruttore, certo era un riccone, chissà come e dove ha accumulato le risorse per costruirlo. I suoi discendenti, arrivati alla sesta generazione, risiedono qui e hanno costruito un tempio privato, personale luogo di culto.
I materiali costruttivi sono sempre pietra e metalli preziosi. All’interno pavimenti, soffitti e pareti sono pieni di opere fatte per essere qui: oggetti, statue, decorazioni trattano temi storici, mitologici, allegorici. Ma altre opere sono state portate da lontano. Mi saltano all’occhio quadri europei dal Seicento all’Ottocento, tra cui sono presenti Rubens e Sassoferrato, incredibile. All’esterno pure qui è terra di contrasti: cura estrema del parco, laghetto e palude, mentre gli inservienti usano l’acqua per lavarsi e le donne per lavare le stoviglie. Nel parco c’è un piccolo zoo, sono “ospitate” in grandi voliere uccelli indiani, ma anche di Africa e America. Gli uccelli più grandi come pellicani e una gru enorme sono più liberi. E poco distante i cervi brucano l’erba.
Leggo sulla guida Lonely Planet lo stato precario in cui versano questo e altri palazzi, rovinati dall’umidità e incuria. Ci vogliono tanti soldi per la manutenzione, in generale, qui la situazione è probabilmente peggiore, l’ingresso gratuito certo non aiuta e con le mance agli accompagnatori non si combina nulla. Dovrebbero esserci dei cospicui biglietti di ingresso per raccogliere fondi. Tanto gli indiani in questi siti pagano un prezzo calmierato, e i visitatori stranieri di solito sono contenti di pagare il biglietto di ingresso.
Stiamo così bene qui, al riparo dal caos della città, che ci tratteniamo a lungo seduti sul prato. Osserviamo la cartina per decidere dove andare e la gente che passeggia fra i banchetti di artigianato locale, in mostra e in vendita. Fare people watching qui è molto soddisfacente! Fervono i preparativi di due palchi in allestimento, dove si terranno spettacoli e reading dedicati al grandissimo poeta indiano premio Nobel Rabindranath Tagore la cui casa è ora un museo. Io non riesco a visitarla perché ho ricevuto un consiglio di visita irrinunciabile da una collega coordinatrice, segnate il nome Park Street…
Bevo tè mangiando banana e patatine, questo pranzo frugale mi fa arrivare fino a sera. Dalle 14 alle 20 scatta il pomeriggio libero con appuntamento in hotel per cena, o prima al Fairlawn per aperitivo.
A passo svelto mi dirigo a sud della città, verso la casa di Madre Teresa. Vorrei vedere luoghi di culto come chiese e sinagoghe, missione difficile dato che si celano alla mia vista, nascoste dagli edifici e dai negozi mentre sulla strada impazza il traffico del sabato. Fiumi di persone rendono il cammino difficile ma dopo un’ora arrivo alla fermata del bus per Park Street, collocata presso il Tourist office.
Park Street il cimitero monumentale


Prima di girare a destra nella via omonima, a sinistra trovo una squadra intenta ad allenarsi a cricket. Indossano una divisa chiara e il cap e hanno la mazza in mano. Si rincorrono sul prato seguendo regole che non ho imparato ora, e nemmeno nel lontano 1986 quando a Londra ho passato quasi un mese con una famiglia mezza indiana e andavamo al parco a giocare. Per vedere loro prendo la strada più lunga, girando intorno e arrivando alle 16,30 presunto orario di chiusura secondo la guida. Il cimitero monumentale per fortuna è aperto fino alle 17 e in mezz’ora godo in solitudine questo luogo spettrale, cupo, semideserto.
Il suo fascino decadente è accresciuto dalle cornacchie gracchianti attorno a me, non c’è nessun essere umano. Solo un paio di grosse lapidi è stato pulito e restaurato, per il resto grandi tombe di famiglia si ergono fra alberi ed erba, corredate da date di nascita e morte, elenchi di nomi che non conosco ma mi riempiono di curiosità. Sarebbe da starci almeno un’ora, chissà se fanno visite guidate.
All’uscita fa buio, chiedo a un poliziotto dove posso prendere un mezzo e mi indirizza a un tuctuc. Se l’avessi preso anche all’andata sarei arrivata prima e meno stanca, ora ho il piacere di condividere la corsa con due signore indiane per un’esperienza veloce, simpatica ed economica. Con 20 RS me la cavo, in futuro non esiterò! Mi faccio scaricare all’incrocio di Sudder Street dove in botteghe operose entrano ed escono numerosi avventori. Sono a breve distanza dall’albergo dove incrocio i tre pax. Siamo quasi pronti per l’ultima sera, mi collego un attimo al wifi poi ripetiamo la sequenza ape – ristorante – dopocena in locale rumoroso e fumoso.
Hindustan, prendete nota, siamo solo noi tre donne del gruppo, più le cantanti di dubbio gusto, non tornerei.
Domenica 11 gennaio
In hotel abbiamo quattro ore di sonno ristoratore, alle tre di notte siamo già in piedi per intraprendere il lungo viaggio di ritorno. Tutto bene eh, ora però parliamo dei voli. Tutto bene eh, ora però parliamo dei voli. Non sono solita descrivere il piano voli ma stavolta devo fare un’eccezione “a causa di Air India” ed è giunta l’ora di accennarvi qualcosa dei problemi della compagnia aerea.
Voli da e per l’India.
All’andata il 27 dicembre è prevista la partenza da Malpensa per Delhi e quattro ore di scalo prima del volo per Calcutta. Vettore Air India, volo diretto, cosa volere di più? In quei giorni c’era nebbia sia a Malpensa sia, udite udite, a Delhi, con soli 3 – 6°C di temperatura, una popolazione indiana impreparata e spiazzata. Per le loro regole i piloti non sono autorizzati a decollare o atterrare con visibilità inferiore a 50m, né gli aerei sono equipaggiati per questo. Perciò molti voli a dicembre sono cancellati o subiscono ritardi pazzeschi fino a 48-72h, con coincidenze perse, bagagli non ritrovati per tutto il viaggio e centinaia di passeggeri che minacciano class action. Noi ce la caviamo con 1h di ritardo e nessuna perdita di bagagli, che fortuna! Al ritorno l’11 gennaio ci va ancora meglio, mentre continuano ritardi e disguidi noi addirittura abbiamo il volo diretto Delhi – Malpensa, che poi prosegue per Fiumicino. “Tanto era mio dovere informarvi”, buon viaggio!
UNO SGUARDO SULLA VISITA DI KOLKATA


La seconda città dell’India è una megalopoli di oltre 15 milioni di persone, dallo straricco agli “ultimi degli ultimi”. In questa città straordinaria c’è il rischio di commuoversi a ogni angolo nel vedere il bello e il brutto: templi e palazzi dai colori accesi contrapposti al grigio e alla polvere delle strade, i profumi dei fiori e subito dopo ogni tipo di olezzo, naturale o chimico, che si insinua nelle narici. Passeggiare col naso all’insù quasi senza meta è ottimo per il primo giorno di visita almeno per noi fortunati, che abbiamo deciso di vederla con calma nei suoi vari aspetti, per ben 3 giorni. Ci sono infatti tante città nella città: i palazzi di ogni colore costruiti dagli inglesi sono oggi adibiti a sedi governative e musei, gli edifici religiosi sono tutti belli e buoni per tutti i culti (templi indù – jainisti – buddhisti, moschee, sinagoghe, chiese cristiane di tutte le confessioni). Quartieri eleganti si alternano a zone trascuratissime, non slum nel senso classico del termine ma il classico indefinibile mix indiano di persone + cose + animali + piante. I rumori che ci avvolgono a ogni passo nelle strade si annullano appena entriamo in un giardino o in oasi come il cimitero di Park Street, il Palazzo di marmo o lo stesso Victoria Memorial, simbolo della città. Mercati più o meno organizzati si aprono ovunque, in strada o in quartieri dedicati, non mancate di prima mattina al mercato dei fiori di Mullik Ghat. Ah i ghat – dimenticate le maestose scalinate di Varanasi e osservate le persone che vivono intorno alle sponde del fiume Hooghly, arteria naturale e via di trasporto di merci e persone che taglia in due Calcutta ed è attraversato da due ponti, uno vecchio di ferro, uno più nuovo e avveniristico. Mi è piaciuta Calcutta eh?? Non vedo l’ora di tornarci!!
Questo viaggio è finito ma l’India continua ad essere un’attrazione irresistibile per me. Ho tanta voglia di tornare in altre zone del Paese. A sud dove finisce il subcontinente indiano, all’estremità nord occidentale al confine con il Pakistan, all’estremità nord orientale al confine con Bangladesh e Bhutan. Vorrei visitare pure questi paesi vicini che sono sicura mi piacerebbero tanto. Chi vuole venire con me?
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