Novembre 2014. Per tre giorni giro tra le acque e le terre della bassa padovana in cerca di piccole emozioni, naturali, genuine, ne trovo tante ma non gli stormi d’uccelli neri di carducciana memoria. Rientro a Milano sabato sera con questo cruccio e domenica pomeriggio il coinquilino brasiliano della casa che mi ospita deve tornare a San Paolo. Parte con un valigione. Mi offro di portarlo in Centrale. Lo saluto e sollevo lo sguardo.
Eccoli! Gli storni sono di passaggio proprio sopra le nostre teste, si scompongono, si coagulano e si allontanano per poi riavvicinarsi, in una cerimonia che si ripete ogni anno all’inizio dell’autunno ma che così non avevo mai visto, almeno in città.
Stormi d’uccelli neri
Com’esuli pensieri
Nel vespero migrar.
Senza parlare ci troviamo in molte persone col naso all’insù, imbambolate e sorprese dalla danza degli storni. Se dovessi prendere un treno rischierei di perderlo. Se fossi un pittore li dipingerei, è uno spettacolo bellissimo e inquietante. Inseguo gli uccelli e al contempo la mia mente vola lontano com’esuli pensieri.
Per quasi un’ora seguo le loro evoluzioni. Forme ora dense ora fluide, fughe e riunioni, discese in picchiata e lente risalite sono il loro gioco di fine stagione e un saluto prima del loro lungo viaggio nel vespero migrar verso cieli più caldi, lontano da noi. Un commiato temporaneo insomma.
Dopo quasi un anno, appena finita la peggiore estate della mia vita, ripenso agli stormi d’uccelli neri che mi hanno salutato lo scorso autunno. Il commiato, il nero, pensieri che mi inseguono e mi stordiscono.
Speriamo che succeda qualcosa di buono, qui e ora, intanto andrò a cercare altri uccellacci, chissà che questa volta presagiscano un futuro migliore.
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