C’è una bici appoggiata accanto al cancello di ingresso. Le Crede 1930 inizia qui, appena fuori dal centro di Portogruaro (VE), in mezzo alla campagna e vicino alla città. Sembra di essere lontani da tutto anche se strade e autostrade ci passano vicino. Varcato il cancello, dentro c’è ancora un altro mondo fatto delle piccole cose di una volta: una casa colonica ristrutturata, la stalla, la casa delle bici, un piccolo orto e tutto attorno la terra fertile che Cecilia e Filippo coltivano con amore e rispetto. Tutto è pieno di vita, Agriturismo Le Crede è un progetto di vita e prende il nome dalla creta, terreno adatto per le colture tradizionali come cereali e vino ma si coltivano anche ortaggi frutta e piccoli frutti.

Cecilia e Filippo ci sono arrivati dopo avere lavorato in città

Hanno cambiato vita e hanno reso Le Crede la loro casa dove fanno il vino. Ci sono tre camere a disposizione degli ospiti, hanno i nomi di uccelli locali come la cinciallegra. Gli ospiti possono fare tante cose qui:

  •  innanzi tutto degustare i vini Le Crede,
  •  pedalare nei dintorni,
  •  ascoltare musica dal vivo,
  •  alloggiare in agriturismo,
  •  ammirare le opere esposte periodicamente.

Uno dei valori fondanti del progetto Le Crede è la mescolanza fra cultura e coltura, per avvicinare le persone, creare una comunità e un senso di appartenenza attraverso momenti di aggregazione, espressioni artistiche come musica e arte. Ospitalità a impatto zero. Sono stata a Le Crede a fine marzo, dopo due anni di messaggi e scambio di mail. Ci devo andare mi dicevo, con la scusa del vino, e non arrivava mai il momento nonostante da Mestre – diciamolo – ci sono solo 60 chilometri di strada. Poi però non volevo venire via: sono stata proprio bene, fra chiacchiere, assaggi e passeggiate.

Riguardo le foto scattate a marzo

Fuori da Le Crede gli alberi indossano ancora il vestito invernale, la vigna aspetta i primi caldi per buttare le gemme mentre il manto erboso è già verde. Biodiversità è ovunque e si vede anche quando la natura è a riposo. Quattro galline scorrazzano nell’aia, per me sono uguali ma hanno i loro nomi e il proprio posto, uno accanto all’altra, nel ricovero dove entrano ogni sera. Dentro in casa c’è un calice di vino ad attendermi, il Fanciullino è un rosé da uve Merlot di grande complessità, non me lo aspettavo. Ma andiamo con ordine.

I vini di Le Crede

  •  Il Fanciullino – Merlot Rosato Veneto IGT
  •  Il Monello – Glera Veneto IGT frizzante, rifermentato in bottiglia
  •  Il Saggio Merlot Venezia DOC.

Attenzione: la Glera si trova anche in versione ferma, tutta da provare, adatta al consumo quotidiano e disponibile in pratico bag in box. Poche referenze escono dai piccoli vigneti dove Cecilia e Filippo coltivano la vite. Poche migliaia di bottiglie in cui la qualità del vino è frutto del lavoro, prima in vigneto e poi in cantina. Il ciclo della vite si ripete ogni anno, ma è sempre diverso. Cecilia e Filippo sono partiti con poche e precise idee: NO ai diserbanti, SI alla lotta integrata. Bastano poche lavorazioni rispettose in vigna, dopo la vendemmia manuale si passa al lavoro di cantina, coadiuvato da un enologo. I vini di Le Crede sono un’esplosione di profumi e il Merlot, dopo la vinificazione, viene affinato in legno per mantenerne i profumi e ammorbidirne i tannini.

A fine maggio sono tornata a Le Crede con Cristina, una collega blogger

Siamo andate in giro in bici in un piccolo Pressday in compagnia di Giovanni di Bikeezy, guidate da Filippo che per l’appunto è guida ambientale escursionistica certificata. Ci siamo spinti verso la terra di confine fra Veneto e Friuli Venezia Giulia. Un confine fluido peraltro, dove la parlata della gente sfuma appena fra veneto e friulano, dove nelle frazioni le case mostrano con orgoglio pietre e mattoni e svettano in cielo piccoli campanili. In verità ci sono anche case moderne dalle forme ardite come quella progettata da Frank Lloyd Wright. Basta volgere lo sguardo verso nord per vedere le montagne. Le Dolomiti friulane sono scure e possenti, hanno un che di selvaggio e incontaminato. Non hanno le forme iconiche delle vicine Dolomiti bellunesi ma sono bellissime, anche viste da lontano.

In bici attorno a Portogruaro

Abbiamo attraversato Fratta, frazione di Fossalta di Portogruaro, per vedere la chiesetta medievale di Santa Cristina, una vera chicca, e il Cortino di Fratta, con il museo dedicato alla memoria di Ippolito Nievo. C’ero già stata ma arrivare in bici è tutta un’altra cosa! Non siamo arrivati fino ad Alvisopoli, peccato perché avrei voluto rivedere pure il borgo e il bosco dove fra alberi e arbusti cresce la rosa moceniga, quella del doge Alvise Mocenigo che ha dato vita a questo luogo speciale. E pedalando fra campi appena arati, o coltivati a cereali, boschetti dove la primavera è esplosa con tutte le sfumature di verde, siamo arrivati a Teglio Veneto l’ultimo comune prima di passare in Friuli.

In mezzo ci siamo concessi una birretta a un baretto fuori dal centro di Portogruaro. Non so voi ma io amo i baretti di paese, a volte più di quelli fighetti che si trovano in città. Piovigginava ma non ci siamo mai fermati. Abbiamo infine dato uno sguardo in centro: Portogruaro è sempre bellissima con il suo connubio ben riuscito fra terra e acqua, l’animo nobile dei palazzi veneziani, i portici, gli ampi spazi attorno alla chiesa, il campanile storto. Ma non c’era nessuno e sapete perché? Sabato 24 maggio passava il Giro d’Italia e il fermento era tutto attorno con strade bloccate, traffico deviato, centinaia di persone in attesa della carovana ciclistica.

Noi li abbiamo visti dietro casa! Cioè al ritorno proprio all’ultimo incrocio, abbiamo fatto appena in tempo ad attraversare la strada. Poi in un attimo le moto e auto ufficiali a terra, e l’elicottero in aria, hanno annunciato il passaggio di decine di ciclisti, velocissimi, tutti attaccati! Una scia compatta per pochi minuti di adrenalina e ricordi, emozioni e pensieri, che com’è arrivata si è dileguata verso est, destinazione Gorizia per l’arrivo di tappa. Sono rientrata a Le Crede 1930 frastornata e stanca dopo soli 20 km in bici, ma ci ha pensato Cecilia a rifocillarci: un pranzo leggero, cose fatte in casa o prese da produttori locali, abbinato ai vini Le Crede!

Il racconto della visita sulla mia pagina Facebook Gamberetta Travelblog

30 05  [Agriturismo le Crede 1930 1/2]  Fine maggio, il mese delle rose ci regala tutte le sfumature delle rose e altri fiori, vi lascio immaginare i profumi. A Le Crede 1930 il verde la fa da padrone: erba, trifoglio, bruscandoli (gli ultimi). Una vite maritata fra due alberi a ricordo del vecchio vigneto, prima che iniziasse l’avventura de Le Crede 1930 pochi anni fa. Piccoli grappoli d’uva invaiati e alberi carichi di frutti. Achillea fotografata da varie angolazioni. Gelsomino che si fa strada fra i muri della stalla. Piante e fiori sono ovunque, di giorno gli insetti impollinatori sono al lavoro, di sera arrivano le lucciole. Qui c’è tutto l’occorrente per essere felici, immersi nella natura a un passo dalla frenesia di città. Infine quattro galline e il cane Pascal, che accoglie gli ospiti e fa la guardia a modo suo.

26 05  [Agriturismo le Crede 1930 2/2]   In bici attorno a Portogruaro. Sabato c’era il giro d’Italia di passaggio qui, nella tappa fra Treviso e Gorizia – Nova Gorica lunga quasi 200 km. Io ne ho fatto un decimo ed ero già stanca dopo tre ore a pedalare, ma mi sono divertita assai! Bellissimo passare per luoghi già visti anni prima in altre stagioni, con luci e colori diversi, e soprattutto arrivare pedalando. Prima verso Fratta con la Chiesetta di Santa Cristina e il Cortino. Alvisopoli no, peccato per il bosco e il borgo. Teglio Veneto ultimo comune prima di entrare in Friuli. Sosta al bar nostro di Portogruaro per una birretta. Il centro di Portogruaro era vuoto, spettrale con gli accessi transennati in attesa della carovana del giro. In mezzo campi, boschetti, baretti, case sparse ora nuove ora vecchie, fienili. A fine giro, al nostro ritorno, la carovana del Giro ci è passata davanti in pochi minuti, che emozione!

Tornati all’agriturismo le Crede 1930 abbiamo degustato loro vini:

  •  Glera fermo e rifermentato gradi 11.
  •  Merlot rosé e Merlot affinato 10 mesi in legno gradi 13.

Abbinati a un light lunch, quasi tutto fatto in casa: pane e focaccia, salumi e formaggi, salame di cioccolata. Ammirando la mostra Legno Vivo, le opere appese alle pareti del Maestro d’ascia Vanni D’Este ispirate alle sculture di Modigliani, abbiamo scoperto che recuperando pezzi di legno (abete, larice, mogano ecc.) a fine ciclo si può dar loro nuova vita creando volti pieni di espressione.

Dopo pranzo siamo usciti in campagna, per rilassarci immersi nel verde, e quante cose abbiamo visto! Biodiversità è vedere gli animali selvatici nei campi: siamo fortunate con la lepre, meno con i caprioli (non oggi). In azienda ci accoglie Pascal, il loro cane dolce e giocherellone. Per i nomi delle galline chiedo aiuto a Cecilia: Itala, Bianca, Tiziana e Guendalina. Si riconoscono per la forma delle creste ma questa risposta è pari a quella delle amiche con gemelli omozigoti. Mi spiegano come li distinguono ma non lo capirò mai, questo è amore, evidentemente. Ed è il sentimento che Cecilia e Filippo nutrono per la loro impresa: amore per la terra, la natura e i suoi frutti. Anche se costa fatica e non sono sempre rose e fiori!

Grazie e a presto cari Cecilia e Filippo, siamo state bene da voi! E sono sicura che se torno un’altra volta a Le Crede troverò altri colori e profumi, sensazioni diverse sempre accompagnate dal vostro genuino senso di ospitalità e tanta gentilezza.

Ora abbiamo ricominciato il nostro carteggio di email. Verrò ad ascoltare un concerto, vorrei portare i miei amici a Le Crede per pedalare, degustare, camminare insieme, in questo progetto di vita tutto da amare. Ho chiesto a Cecilia e Filippo se volevano raccontarmi la loro storia ed eccola qui: di seguito trovate il racconto appassionato di Le Crede 1930, che potete leggere in forma estesa nel loro libro Maledetta Zappa – due millennial prestati all’agricoltura. Buona lettura e arrivederci a presto!

1  Chi sei – dove ti trovi? Raccontaci qualcosa di te e del tuo lavoro.

L’Agriturismo Le Crede 1930 si trova a Portogruaro, al confine tra Veneto e Friuli Venezia-Giulia. È nato come progetto di rivalutazione di un’area agricola a pochi passi dalla città, un agriturismo di ospitalità lenta, un luogo dove gli spazi sono immersi nella natura e ci si può sentire come a casa.

L’azienda agricola Le Crede dal 2018 si dedica alla coltivazione del vigneto secondo i principi dell’agroecologia, tutelando biodiversità e flora e fauna spontanee. Produce vini, espressione di un territorio caratterizzato dalla presenza di argilla nel sottosuolo.

La storia di questo progetto è raccontata nel libro Maledetta zappa – Due millennial prestati all’agricoltura, edito da Altreconomia, dove gli autori, nonché founder dell’azienda, Filippo Baracchi e Cecilia Irene Massaggia, raccontano il loro cambiamento di vita: dal mondo della cultura a quello della coltura.

2  Da dove vengono i tuoi ospiti? Sono più italiani o stranieri?

Gli ospiti dell’agriturismo si bilanciano bene tra italiani e stranieri. Abbiamo avuto il piacere di ospitare quasi tutta l’Italia e quasi tutto il mondo, accogliendo ospiti europei, americani, giapponesi e perfino sudamericani.

3  Hai verificato alcuni stereotipi sulle caratteristiche dei visitatori, a seconda della loro provenienza?

Siamo rimasti sorpresi dalla gentilezza e dall’educazione dei nostri visitatori, a prescindere dalla loro provenienza. Per formazione, carattere e precedenti professioni siamo persone che non si curano dei pregiudizi né ne formulano, pertanto anche nel caso dei visitatori abbiamo sempre accolto ciascuno di loro senza stereotipi. È appagante farsi sorprendere dalle persone e vedere come cercano un’interazione sincera e umana.

4  Raccontaci qualche aneddoto bello o brutto legato al tuo lavoro.

Gli ospiti che arrivano a Le Crede 1930 spesso ci tengono a spiegare la loro connessione personale con la natura; il contesto nel quale vengono accolti li invita a raccontare sempre qualcosa di sé: la città di origine, la famiglia, l’infanzia, il rapporto con gli animali o le piante.

Se hanno tempo, gli ospiti si lasciano coinvolgere dalle attività di campagna; per esempio una coppia di ragazzi, ospiti del nostro agriturismo, hanno voluto darci una mano con la vendemmia, pur non avendolo mai fatto prima di allora! E così abbiamo prestato loro le forbici e abbiamo accettato ben volentieri un aiuto!

Raramente succede che alcuni ospiti scelgano ospitalità in agriturismo pensando che sia quella più economica sul mercato. E così non vivono realmente l’esperienza di ospitalità che noi ci impegniamo a fornire. Per esempio, pur trovando al mattino una colazione varia e ben fornita, ma misurata nelle quantità, prendono per sé più cibo di quello che realmente potrebbero consumare e infatti lo lasciano sbocconcellato sul piatto. Lo spreco – soprattutto quello alimentare – è una pratica che non tolleriamo.

La struttura stessa funziona a energia rinnovabile e l’invito a limitare gli sprechi è presente all’interno di ogni stanza. Si tratta di brutte abitudini che purtroppo abbiamo riscontrato più in ospiti di nazionalità italiana che straniera. Ma fortunatamente si tratta davvero di casi sporadici e ridotti.

5  Cosa fa di un ospite una persona speciale, di quelle che a fine soggiorno fa venire voglia di starci insieme più tempo? Si può diventare amici degli ospiti e mantenersi in contatto anche dopo?

Condividere e raccontare un po’ di sé ti permette di entrare in sintonia con l’ospite e questo vale sia per l’ospite sia per noi. Si scoprono punti di contatto che normalmente non si avrebbe tempo di indagare in un altro ambito ricettivo dove le relazioni sono più formali. Anche in questo caso crediamo che la nostra vita precedente ci abbia insegnato a relazionarci con le persone più diverse e a saper spaziare tra tanti argomenti, cosa che non tutti gli ospiti si aspettano quando varcano il cancello di un agriturismo. E così, quando scoprono le nostre ampie vedute, si lasciano andare. Oggi mantenere i contatti sembra abbastanza semplice attraverso l’uso dei social network e della newsletter, ma anche questa modalità richiede impegno, onestà e cura.

6  L’ospitalità si compone di tanti fattori, secondo te quali doti o talenti deve avere chi se ne occupa, e cosa si impara invece lavorando “sul campo”?

Una delle doti che secondo noi dovrebbe avere chi si occupa di ospitalità è sapere mettere a proprio agio l’altra persona; questo non vuol dire solo assecondarne i desideri, ma farla stare bene nel contesto creato. L’ospite deve quasi dimenticarsi di avere desideri se questi non sono coerenti con l’offerta che trova nella struttura. Non ci deve pensare perché si trova già benissimo così, si sente perfettamente a suo agio.

Siamo arrivati alla conclusione che il lavoro di aiuto regia e in generale quello sul set cinematografico ti insegna molto, per esempio ad avere sempre molte cose sotto controllo, ad avere un approccio gentile e cordiale, a gestire tempi e impegni in maniera fluida. Non è sempre semplice, ma queste competenze così trasversali sono preziose anche nel mondo dell’ospitalità.

7  Ospitare significa anche uscire, far conoscere le persone e il territorio “dietro” una struttura. In altre parole viaggiare. Come pubblicizzi la tua struttura? Dove vai quando non sei impegnato al lavoro?

I primi promotori della nostra struttura siamo noi anche perché è nata proprio con noi! Sono fondamentali i rapporti con le persone, siano esse concittadini, fornitori, clienti, ospiti. Sono necessarie coerenza e onestà. E questi stessi valori poi devono permeare anche la comunicazione che si fa oltre il rapporto umano ovvero i materiali cartacei che si stampano, la presenza online e i portali di prenotazione. Le nostre iniziative – culturali e escursionistiche – sono un modo interessante per pubblicizzarci e per condividere con gli altri la nostra visione. Raramente ci allontaniamo dal lavoro, ma capita che andiamo a visitare realtà simili alle nostre, per ispirarci e confrontarci.

8  Consiglieresti a un giovane di occuparsi di ospitalità? SI – NO – Perché?

Sì, ma solo se è disposto a sacrificare del tempo per creare relazioni e a mettere in gioco se stesso. Per noi ospitare significa investire il proprio tempo nel far star bene una persona e richiede molta energia e predisposizione personale. Non si tratta di accogliere gli ospiti alla reception o pensare di spillare loro il denaro con le consumazioni del frigo bar. Ospitare è trasmettere dei valori, gli stessi che si respirano nella struttura. Per lo meno, noi qui a Le Crede 1930 la pensiamo così!

Post in collaborazione con https://agriturismolecrede1930.it/

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